Il Milan lo ricorda così: “6 per sempre”. Perché la sua numero 6 è stata la prima maglia ritirata nella storia della Serie A, nel 1997, al termine di una carriera legata interamente ai colori rossoneri. Perché Franco Baresi, che stamattina ci ha lasciati a 66 anni a causa di una lunga malattia polmonare, è stato bandiera del Milan e del calcio italiano. Con la maglia fuori dai pantaloni e la fascia da capitano, ha condotto le linee difensive milaniste e azzurre con personalità ed esperienza, con la ruvidità del difensore e l’eleganza del libero, a metà tra calcio a uomo e calcio a zona. Il braccio alzato a chiamare il fuorigioco, i suoi contrasti severi ma giusti (prepotenti e imperiosi, per dirla con Gianni Brera) e la sua tecnica palla al piede a ripartire in prima persona, sono immagini eterne di un giocatore e di uno squadrone che hanno guidato la rivoluzione del calcio tra gli anni Ottanta e Novanta.
E pensare che la sua vita avrebbe potuto legarsi all’Inter, ma fu scartato al provino perché gracile. Tentò allora con l’altra sponda del capoluogo lombardo, andò bene e quel Piscinin sarebbe divenuto il Kaiser Franz del calcio italiano, inserito in tutte le classifiche ufficiali e ufficiose dei migliori giocatori della storia. Il primo scudetto con mister Liedholm nel 1979, quello della stella sul petto, poi l’incetta di trionfi dell’era Berlusconi-Sacchi-Capello, dove formò con Maldini, Tassotti e Costacurta la difesa insuperabile del dream team a trazione olandese: altri 5 campionati italiani, 3 Champions e 2 Intercontinentali solo per citare i titoli principali.
In Nazionale la sua leggenda vive al pari di quella di Roberto Baggio, l’uno trascinatore difensivo e l’altro offensivo. Entrambi giocarono la massacrante finale col Brasile di USA 94 col ginocchio destro altrettanto massacrato, entrambi sbagliarono il rigore ma la loro dedizione alla causa e le loro lacrime li hanno consegnati all’olimpo degli eroi tragici. Ma per una sorta di giustizia divina, il palmarès di Baresi conta comunque un Mondiale vinto: quello di Spagna ’82, vissuto dalla panchina in quanto riserva di Gaetano Scirea.
Tutt’altro che giusta, la sorte, lo è invece stata con lui quest’anno. Lascia la moglie Maura e i figli Edoardo e Giannandrea, il fratello Giuseppe e i nipoti Simone e Regina, che da calciatrice è stata bandiera dell’Inter femminile come lo è stato al maschile papà Beppe, protagonista con Franco d’innumerevoli derby in famiglia. Lascia il Milan, società nella quale ha giocato a vita e a vita vi è rimasto coinvolto in molteplici vesti. Lascia la città di Milano, che nel 2021 lo ha insignito con l’Ambrogino d’oro. Lascia il suo paese natale, Travagliato in provincia di Brescia, dove da bambino iniziò a giocare, talora scalzo, in oratorio.
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